Gli ingredienti per fare un buon Papa

Con il conclave ormai alle porte, i Cardinali dovranno far convergere 2/3 dei loro voti verso una figura che ritengono più adatta a governare la Chiesa nel prossimo futuro. La speranza è che diano spazio allo Spirito Santo e ascoltino ciò che Egli dice alla Chiesa, con obbedienza alla fede apostolica. Dovranno tener presente molte cose. Accanto a quelle più pratiche, soprattutto come uscire da una profonda crisi istituzionale che sembra minacciare la Chiesa con una riforma della Curia romana che non ha preso quota e con un deficit economico notevole che attanaglia le casse vaticane, ce n’è una più sostanziale: chi è il successore di Pietro? Come potrà essere un buon pastore per la Chiesa universale? Bisogna ascoltare Gesù, l’unico buon Pastore a cui ogni Papa dovrebbe conformarsi (cf. Gv 10: 11-16). Il Buon Pastore è colui che dà la vita per le sue pecorelle. Pietro lo capì molto dopo; si sacrificò per Cristo e come Lui morì crocifisso. Il Buon Pastore è colui che conosce le sue pecorelle e queste conosco Lui in una mutua relazione radicata in quella tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Di qui, in ultima analisi, la relazione vitale e intrinseca tra dottrina e pastorale: conoscere la Verità e darla in cibo a tutti gli uomini perché essa è pasto, amore, vita: l’Eucaristia. Il ministero petrino perciò ha una dimensione sacrificale ancorata al Sacrificio della Messa e solo così si esprime correttamente nell’ufficio di governo e di insegnamento.

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La posta in gioco è alta nella scelta del nuovo successore di Pietro

Che il nuovo Papa si presenti alla Chiesa come successore dell’apostolo Pietro e non di Francesco, di Giovanni XXIII o di Benedetto XVI. Il Papa non è monopolio di un’idea di pontificato (e di Chiesa) ma dipende da ciò che lo precede: la fede ininterrotta della Sposa di Cristo. La Chiesa precede il Papa quanto alla fede che professiamo perché in fondo è Cristo che precede la Chiesa e il Papa.

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Habemus… chi? Tutta la responsabilità dei Signori Cardinali

Cosa vogliano i Signori Cardinali un successore di Francesco o di Pietro? Questa è una prima domanda fondamentale a cui bisogna rispondere con l’ausilio della teologia e della storia della Chiesa e non semplicemente con idee personali o cordate di potere. È ormai tempo di avviare una riconciliazione interna alla Chiesa, con un chiaro aggancio all’intera Tradizione e non al suo ultimo scorcio, dal Vaticano II in poi. Che il nuovo Papa si presenti alla Chiesa come successore dell’apostolo Pietro e non di Francesco, di Giovanni XXIII o di Benedetto XVI. Il Papa non è monopolio di un’idea di pontificato (e di Chiesa) ma dipende da ciò che lo precede: la fede ininterrotta della Chiesa. Perciò sarebbe anche ora che il Papa scelto professi la fede integrale della Chiesa, rifiutando gli errori e correggendo le ambiguità che sono state introdotte nel corso di questi ultimi anni (gli ultimi dodici alla luce degli ultimi sessanta). Infine sarebbe auspicabile non insistere più su stile che varia a secondo del Papa di turno e dottrina, provocando così un’ennesima spaccatura tra fede e vita cristiana. Lo stile deve essere cattolico e perciò sovrapponibile alla dottrina di fede e di morale, quantunque rimanga accidentale e provvisorio rispetto alla fede e al suo annuncio.

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Maria agonizzante con Cristo: lacrime, dolore, offerta

Entrati nella Settimana di Passione, vogliamo fissare il nostro sguardo su Maria SS. unita a Gesù nella sua dolorosa Passione. Maria è una con il Figlio dall’Annunciazione, con la sua obbedienza sacrificale, fino al Calvario, dove il suo “Stabat” è completamento sacrificale del suo “Fiat”. La Vergine Maria, nuova Eva, soffre per dare alla luce tutti noi sul Calvario, in Gesù e per Gesù. Partorendo in modo verginale Gesù, Maria ha rimosso la condanna che incombeva su Eva a causa del peccato originale: nel dolore partorirai (cf. Gen 3,16); partorendo invece noi con doglie spirituali e corredentive ha restaurato la vita soprannaturale delle nostre anime, divenendo nostra Madre nell’ordine della grazia (cf. Lumen gentium 61). Bisogna evitare due eccessi quando si descrive la sofferenza di Maria durante la Passione e Morte del Signore. C’è chi presenta la Vergine ai piedi della Croce totalmente disfatta dalla sofferenza, fino al deliquio e alla svenimento: una madre quasi disperata; o chi la vede in un certo modo impassibile, in un atteggiamento di stoica fortezza, senza lacrime e pianto amaro. Maria soffrì un dolore che non ha pari; versò lacrime amare, non su Gesù (come le donne di Gerusalemme redarguite dal Signore, cf. Lc 23,28) ma con Gesù, per tutti noi. Ella agonizza con il Figlio, ma quel dolore è amore: amore che salva. “Stabat” esprime un’unità di fortezza, silenzio, pianto e offerta sacrificale.