L’antichità e il fondamento dei titoli di Mediatrice e Corredentrice. La distribuzione delle grazie: una conseguenza della corredenzione. Il legame con la maternità divina e la maternità di Maria verso di noi. Dalla videointervista di Stefano Chiappalone a padre Serafino Lanzetta e Luisella Scrosati per La Nuova Bussolo Quotidiana.
Ritengo opportuno chiarire i termini di Corredentrice e Mediatrice per comprendere a fondo la questione. Il titolo di Corredentrice è antichissimo; le sue radici si trovano già nei Padri della Chiesa, come San Giustino e Sant’Ireneo, che presentano la Vergine Maria come la Nuova Eva, causa di salvezza. La disobbedienza di Eva è stata riparata dall’obbedienza di Maria, e in questo modo ho evidenziato che Maria ha contribuito con Gesù Cristo, il Nuovo Adamo, alla riparazione. Nel XII secolo si incontrava l’espressione di “Redentrice,” intesa come partecipazione di Maria, in quanto madre di Cristo, alla salvezza. Questa è stata poi sostituita, intorno al XV secolo, da “Coredentrice” (dal latino cum), per sottolineare ancora meglio la collaborazione di Maria con Cristo nella nostra salvezza, sempre in dipendenza da Lui. Questo titolo, insieme a Reparatrix—usato anche dai Pontefici come Pio IX e Leone XIII—manifesta sia la subordinazione di Maria a Cristo sia la sua attiva e fattiva collaborazione alla nostra salvezza.
Il titolo di Mediatrice di tutte le grazie è una conseguenza logica di Coredentrice. Se Maria ha contribuito attivamente all’acquisizione della grazia e di tutte le grazie, è doveroso che contribuisca attivamente anche alla loro distribuzione. Questi non sono titoli meramente decorativi o litanie devozionali, ma verità di fede che esprimono la dottrina su chi è Maria nei nostri confronti: colei che ci ha generati in Cristo alla vita eterna. Se neghiamo che Maria sia Coredentrice—cioè se non ha contribuito attivamente a generarci alla vita eterna—non riusciamo a spiegare in che modo sia veramente nostra madre.
Ho sottolineato che Corredentrice non oscura affatto l’unico Redentore, ma al contrario, lo mostra, mettendo in evidenza chi è Gesù. Il problema è in fondo metafisico: si è dimenticata la filosofia della partecipazione. Maria è stata salvata da Gesù in un modo unico e singolare (sui generis), sul livello superiore della preservazione (Immacolata Concezione). Questo livello unico le permette di cooperare con Cristo nella salvezza dell’umanità. L’obiezione che Maria non possa essere Corredentrice perché è stata redenta essa stessa non riconosce questo piano unico della sua preservazione. Per dirla con Duns Scoto, la gloria della Corredentrice manifesta in modo eccellente la gloria del Redentore.
Inoltre, la preoccupazione di diminuire la cooperazione di Maria, forse per ragioni di dialogo ecumenico, è pericolosa, poiché il problema di Lutero è cristologico, riguardante la cooperazione della natura umana con la natura divina in Cristo. Maria è fondamentale per tenere insieme Dio e l’uomo, in quanto è la madre che ha dato la natura umana a Cristo.
Infine, Corredentrice e Mediatrice sono titoli molto uniti; la Mediatrice di tutte le grazie è una conseguenza della Corredentrice. La radice di entrambi è la mediazione di Maria in Cristo. Cristo è l’unico mediatore, ma la Sua è una mediazione partecipata che rende possibile la mediazione subordinata di un mediatore, come la nostra madre celeste. Questa mediazione, benché subordinata, è vera e manifesta il potere di Cristo che rende Sua Madre capace di essere ad un tempo Coredentrice e Mediatrice.
Sintesi dell’intervento di Luisella Scrosati sul Magistero
Luisella Scrosati ha osservato che la nota dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede si propone di chiarire i titoli mariani ma, di fatto, li stronca e costituisce un enorme passo indietro rispetto alla dottrina che si è sviluppata e consolidata nei secoli. Nonostante la nota si richiami alla Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, in realtà svuota il senso della dottrina, poiché il Concilio affermava un ruolo attivo e immediato della Madonna nella cooperazione alla redenzione.
La nota preoccupa perché si pone come un unicum, tagliandosi fuori dallo sviluppo del magistero della Chiesa che ha visto Papi come Giovanni Paolo II e Pio XII impegnati sull’aspetto mariano. Non è corretto presentare la visione che sostiene il ruolo attivo di Maria (il cosiddetto “massimalismo”) come una semplice corrente teologica in dibattito, poiché si tratta dell’insegnamento che il Magistero ha già affermato e reiterato più volte.
Riguardo all’obiezione sull’autorità della nota, essa è stata qualificata come magistero ordinario, ma tale aggettivo indica solamente la modalità di espressione e non il grado di adesione o l’infallibilità. Il magistero ordinario precedente che affermava la corredenzione (come quello di Giovanni Paolo II) aveva la medesima qualificazione. Non si può far sì che il Magistero appaia schizofrenico, dicendo una cosa e poi il suo contrario. L’infallibilità è suggerita dalla reiterazione e dall’approfondimento della dottrina nel tempo, nella liturgia e nella pietà popolare. La nota attuale, invece, è un unicum e si appoggia su riferimenti deboli, non possedendo i criteri di un insegnamento sicuro della Chiesa, a differenza della dottrina sulla cooperazione attiva che era già affermata e correttamente espressa dal termine Coredentrice.
