Potere, abuso e ambiguità del linguaggio (anche teologico)

Lo scorso 9 gennaio 2026, il Santo Padre Leone XIV ha tenuto un importante discorso al Corpo diplomatico presso la S. Sede. Tra le varie cose, si è soffermato sull’importanza delle parole e sul tentativo orwelliano contemporaneo di manipolarne il significato, sradicandole dalla realtà e dalla verità. L’effetto nocivo di questa ideologia della neo-lingua è di presentarsi apparentemente inclusiva e tollerante. In realtà, essa esclude chi non si adegua al potere equivoco delle nuove parole per rappresentare una situazione diversa dalla realtà.

Questo linguaggio, diceva Leone XIV, «nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». Siamo convinti con il Pontefice che «riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo». «Nei nostri giorni – continua Leone XIV – il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui.

Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe». Anche in ambito teologico ci auguriamo che ciò avvenga e presto. Parole abusate quali “pastorale”, “misericordia”, “sinodalità”, devono ritornare ad esprimere ciò che significano. Devono cioè esprimere ciò che è conforme alla Rivelazione di Dio e non ciò che il potere di turno comanda.