Esplosivo: la maggioranza dei Vescovi non voleva l’abolizione della Messa antica

Era solo una sparuta minoranza, abbastanza agguerrita e militante, che voleva Traditiones custodes, cioè il Motu proprio di Papa Francesco che non solo cancellava Summorum Pontificum di Benedetto XVI, ma provava anche a cancellare la Messa tradizionale. Ma fu un colpo di mano. Questo è ormai noto grazie a due fonti indipendenti che hanno pubblicato i documenti vaticani segretati. È stata prima la giornalista americana Diane Montagna a pubblicare qualche giorno fa il “Giudizio Complessivo” della CDF sulla consultazione dei Vescovi circa l’applicazione di Summorum Pontificum, fatta nel 2020 e poi Don Nicola Bux con Saverio Gaeta, nel loro libro appena uscito: La liturgia non è uno spettacolo. Ebbene cosa emerge? Che la maggioranza dei vescovi che ha risposto al questionario ha dichiarato che apportare dei cambiamenti legislativi a Summorum Pontificum avrebbe causato più danni che benefici. Come infatti si è verificato, provocando, tra l’altro, anche nuovi scismi. Ecco quello che dicevano i vescovi con precisione:

«Qualsiasi intervento esplicito può causare più danni che vantaggi: se si conferma la linea del motu proprio Summorum Pontificum troveranno nuova intensità le reazioni di perplessità del clero (e non solo). Se si nega la linea del motu proprio Summorum Pontificum troveranno nuova intensità le reazioni di dissenso e di risentimento dei cultori del rito antico. Dunque è bene proseguire in questo cammino già intrapreso senza creare ulteriori scossoni. Era meglio mantenere lo “status quo”. E invece Papa Francesco, consigliato dai suoi collaboratori militanti, non solo ha emanato Traditiones custodes con l’intento di porre fine alla Messa di sempre, ma ha addirittura giustificato la sua azione con una lettera di accompagnamento del Motu proprio in cui, facendo riferimento al questionario di cui sopra, dichiarava: «Le risposte pervenute hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire».

Come intende Papa Leone XIV porre fine a questa grave ingiustizia? Una via c’è e sembra che l’abbia già delineata.

Se invece si stesse verificando la profezia di Fatima?

Il caos geopolitico aumenta. La terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, si intensifica sempre più. C’è il rischio, molto probabile, che questi pezzi si mettano insieme e provochino un’escalation con il pericolo di una vera guerra mondiale. Ma ciò che più fa riflettere è che nella guerra in Medio-Oriente tra Israele e Iran, in cui adesso sono entrati anche gli Stati Uniti, tutti invocano il nome di Dio. L’ayatollah Ali Khamenei qualche giorno fa dichiarava che l’Iran avrebbe trionfato sul regime sionista per volontà di Dio. Israele, da parte sua, invoca il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, perché la terra ricevuta da Dio rimanga sicura da una minaccia nucleare. Trump con la sua Amministrazione ha ringraziato Dio per aver distrutto con grande successo tre siti nucleari iraniani. La domanda che sorge è questa: cosa vuole veramente Dio? O: chi è veramente Dio? Nel caos totale, una cosa però è chiara: molto probabilmente questa guerra è una punizione di Dio perché Egli non è davvero conosciuto e adorato; perché il male dilaga, giustificato finanche con il nome santo di Dio. Che non sia invece il momento in cui si avverano le parole della Madonna di Fatima: «I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte». Nel diario postumo di Sr. Lucia, la veggente conferma questa visione di distruzione del luglio 1917, quale «purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso. L’odio, l’ambizione, provocano la guerra distruttrice» (Un cammino sotto lo sguardo di Maria, 2014).

Leone XIV tra due fuochi: un sinodo parlamentare o dottrinale

È innegabile che sin dalla sua prima comparsa sulla Loggia delle benedizioni, Papa Leone XIV abbia fatto riferimento al Sinodo iniziato da Francesco, destinato a non mai finire, invitando tutti ad essere una Chiesa sinodale, in cammino. È ancora presto per orientarsi e capire quello che il nuovo Papa farà in merito, ma ciò che sorprende favorevolmente è che Leone XIV, tutte le volte che ha parlato del Sinodo, non ha mai rilanciato l’agenda fissata in precedenza. Quei pochi indizi in merito che abbiamo finora, invece, sembrano puntare su un altro modo, totalmente diverso e corretto, di pensare al sinodo, cioè riscoprirne la sua origine dottrinale ed ecumenica per l’unità della Chiesa fondata sulla fede. Questo è quanto emerge dall’importante discorso di Leone XIV ai partecipanti al Simposio sul Concilio di Nicea (7 giugno 2025), invitando a guardare al primo concilio ecumenico quale modello di sinodalità per la Chiesa universale. Mentre i collaboratori sinodali di Francesco provano a blindare la sinodalità, cosa potrà invece fare Leone XIV? Cosa pensare poi di una data comune tra Oriente e Occidente per la Pasqua?

Cristo è Re, ma in quel “sociale” la soluzione a tanti problemi

Quest’anno celebriamo 100 anni da quando Pio XI nel 1925 istituì la festa di Cristo Re, spiegando, con la Lettera Enciclica “Quas Primas”, che il Regno di Cristo è universale e sociale. Mentre tutti oggi nella Chiesa sarebbero d’accordo nel dire che Gesù è Re di tutto e di tutti (in modo impoverito si dice dell’universo!), forse pochi, molto pochi, aggiungerebbero che questa regalità ha un valore sociale, cioè deve essere visibile e pubblica all’interno della società civile. Cosa implica ciò? Molto. Che si distingua ma non si separi la fede e la morale insegnate dalla Chiesa dall’amministrazione della cosa pubblica; che la fede sia professata apertamente da politici cattolici e magari in un Parlamento: anche lo Stato ha il dovere di adorare Dio; che la Chiesa non si ritiri in una nicchia spirituale, lasciando totale autonomia alle realtà temporali e alla politica; che si faccia ordine quanto alla libertà religiosa, la quale non può essere, come avviene di fatto, fomentatrice del relativismo e del sincretismo religioso all’interno della società. La libertà religiosa non giustifica una libertà illimitata nella scelta e nella professione di qualsiasi religione. Si tratta quindi di affermare che c’è una sola religione vera e rivelata: quella di Nostro Signore Gesù Cristo. Tutto avverrebbe facilmente se si predicasse e s’insegnasse di nuovo che la regalità di Cristo è “sociale”, pubblica e quindi universale. Leone XIII avrebbe molto da suggerire in questo campo.

I primi giorni da Papa e già tante (desiderate) novità

Tutta la sincerità di quest’uomo, «scelto senza alcun merito», come ha detto di sé Papa Leone nella Messa di inizio del suo ministero petrino, si può sintetizzare in quello sguardo al suo anello piscatorio subito dopo averlo ricevuto. Occhi stupiti, come quelli di un bimbo che riceve un regalo; occhi attenti e gravidi di tanta responsabilità che lo attende. È un Papa che vuole fare il Papa e lo farà come vuole Gesù e come ha fatto Pietro, con disinvoltura e consapevolezza. Cristo è al centro. Papa Leone viene a noi, diceva ancora nell’omelia di inizio del suo ministero, «come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia». L’amore con il quale Pietro deve amore il Signore e le sue pecorelle è oblativo, come quello di Cristo in Croce e come quello di Pietro, crocifisso con Cristo. Solo se l’amore è dono di sé fino alla fine, come ha fatto Gesù, è vero e diventa carità che presiede all’unità di tutta la Chiesa. Una cosa molto interessante emerge da questi primi giorni: Leone XIV è a suo agio più nel citare Leone XIII che Francesco e sicuramente non dipende in ciò che dice dal Vaticano II come momento iniziale della Chiesa. Ha citato l’ultimo Concilio solo due volte finora, ma mai presentandolo come “bussola” della Chiesa di oggi. Un buon inizio per un’unità con la fede di tutta la Chiesa. E del Sinodo che ne sarà?